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PROGETTO:
INDIA
Brahman e altre Verità
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Parte 1: Braham e l'universo In principio era Brahman: sempre esistito, non creato, senza attributi. Brahman è l'assoluto, è l’universo stesso: la materia e l’energia che lo compone. L’universo-uomo, l’universo sensibile così come lo conosciamo attraverso il congegno biochimico dei nostri sensi è il grande inganno per l’Induismo: il mAya. Il soggettivismo della nostra esperienza, la percezione del sé come unicum, indipendente dal complesso inerte della natura; il nostro individualismo occidentale e la nostra solitudine non sono altro che condizioni illusorie. In realtà Brahman è anche noi (Atman) e noi siamo parte di Brahman. Parte del tutto, della rete di relazioni cosmiche: singolarità, nodi in cui il fitto tessuto delle mute relazioni s’intreccia, collassa in un essere cosciente. Ecco perché l’Induismo, in una sua forma, predica il “silenzio dei sensi”, l’ascetismo, la pratica dalle privazioni dei beni, l'assopimento dei desideri: il silenzio interiore. Bisogna zittire il rumore della nostra esperienza mondana per percepire, per una via interiore, il background cosmico: la radiazione di fondo, l’infinito in noi: l'Atman. Brahman affiora da questo mare immateriale che permea tutto, fisso eppure mutevole in un istante infinito, senza mai termine. Ecco allora la vibrazione cosmica che entra in risonanza con le nostre fibre interiori, con il nostro “essenziale”. E’ il grande ritorno nel ciclo di creazioni e distruzioni in cui l’universo spiraleggia, senza mai avere termine. E’ il grande fiume. L’universo è creazione di Brahman in quanto prodotto dal suo sacrificio. Sacrifico costante, non identificabile in un momento storico fondativo. Sacrifico come continua osmosi fra il principio: Brahman; e creazione: l’universo. Chi sono allora Shiva, Vishnu e Brahma? Figurazioni sensibili di Brahman. Ciò che un induista può definire e chiamare per nome: gli Dei. Andando in giro per l’India uno si rende conto che un popolo intero è in costante pellegrinaggio. I templi sono popolati di gente dal mattino alla sera. C’è sempre una fila di persone che va dal bramino e offre fiori o pane o altro e ritira un paio di zuccherini e si fa segnare sulla fronte. A piedi nudi su per le scale del tempio, a piedi nudi lungo le strade o per i boschi. A piedi nudi su per le montagne o nelle valli. A piedi nudi lungo il deserto del Thar. A piedi nudi per la grande pianura gangetica fino a Varanasi, fino al fiume che tutto comprende e in se ricompone. Rinascere o uscire per sempre dal ciclo di morti e reincarnazioni: il Karman Samsara. C’è gente che lascia tutto e attraversa l’India per raggiungere una volta nella vita la città sacra di Varanasi. E’ il viaggio dell’anima. Là il Gange si allarga smisuratamente e cinge i gaths: le scalinate che scendono al fiume, con un’acqua turbinosa e color fango. I credenti discendono le scale di pietra e s’immergono nelle sue acque per pochi istanti. Attorno i templi colorati con le guglie rosse e rosa sfilano lungo la corrente del fiume. C’è gente che qui viene a morire: sta in ospizi e lebbrosari appresso alle cataste di legna dei burning gaths. C’è profumo nell’aria al mattino, profumo d’unguenti che esalano dalle pire dove si bruciano i morti. Ecco: tutto torna al fiume, le ceneri e quel che resta dei corpi. Parte 2: Il Fiume e la Morte Piove oggi, il giorno in cui anche noi come migliaia di pellegrini arriviamo qui. Il fiume è in piena, l’aria è grigia e fosca. I nostri traghettatori fanno fatica a far risalire la barca a monte dei gaths. Bordeggiano le scalinate e tirano la barca a forza di braccia aggrappandosi agli spigoli dei contrafforti dei templi. Ogni tanto si vede un fantoccio galleggiare nel centro del fiume. Colorato, scorre via con la corrente ciondolando come un legno: è un bambino. I bambini quando muoiono hanno vissuto troppo poco, non hanno fatto in tempo a vedere, a contaminarsi con la vita: sono puri e non vengono bruciati sulle pire. Vanno sul fondo del fiume con grosse zavorre ma oggi la corrente è fortissima e li strappa dal fondo come fiori dagli steli e li porge alla nostra vista. Quanto pudore ci prende alla gola. Tutta questa morte ci pesa. Ci hanno insegnato che lo sguardo di un morto va richiuso: non bisogna guardare negli occhi la morte. Ma qui tutto scorre sul fiume e sulle strade. Tutto cambia di fronte a noi, muta ad ogni nostro passo. E allora puoi trovare la vacca o il maiale che mangia l’immondizia, il cavallo che giace morto e ingombra la via e vi resta per giorni, il bambino che vi gioca, il mendicate che vi mendica, il Sadhu con la sue preghiere, l’invalido senza ne braccia ne gambe che vi rotola e sopra tutto questo: una massa di gente che passa e si scansa e tu pensi: “ma dove è la pietà, questa gente ha cuore?” “Vedi”- penso –“ è il ciclo della vita: nascita e morte e in mezzo questo lungo istante.” Da noi l’abbiamo nascosto, celato: si nasce e si cresce lontano dalla strada, tanto lontano che passano mesi senza che si scorga un bambino. Mi stupisco quando vedo una scolaresca per strada nelle nostre città: i bambini in fila per due, la maestra e le strisce pedonali. Qui i bambini sono come i sassi: escono dalla terra della strada. Ti spalancano gli occhi in faccia, fanno impressione quanto sono belli sotto quello strato di sporco: i capelli impastati e i denti bianchissimi. Sorrisi perfetti; tutto qui. E la morte non è distante, non lontano dalle loro dita: a portata di sguardo. Parte 3: il Festival. La sera viene verso le sei in città; cala allungando le ombre dai frontespizi delle case; accendendo le luci dei mercati, inducendo una folla di gente per le strade che va verso il fiume. Fa un caldo opprimente la dentro e noi discendiamo la corrente di uomini e donne che si muove attorno alla nostra auto ambassador. Di là dalla mezzeria li possiamo vedere bene in volto, uno ad uno tanto il traffico va a singhiozzo e s’inceppa in un continuo muoversi e immobilizzarsi. Scorrono come figure di teatro su uno sfondo di bancarelle luminescenti: scorgiamo i Sadhu vestiti da Shiva con il tridente in mano, barbuti e in chiomati come magri nettuni, agitano il loro tridente dall’alto dei ciclo risciò, seduti come su di un trono; ci sono giovani mussulmane nascoste da nere palandrane di raso, dalla testa ai piedi, con grandi mobili occhi neri che ti guardano da distante e in loro lo sguardo vale un gesto. Sottili figure di donne indiane sfuggono agili al turbinio di persone e automobili, sono avvolte nei sari colorati e hanno il ventre scoperto, i capelli neri, e i bracciali d’argento. Abbassiamo la testa sotto le basse pensiline e attraversiamo al buio gli ultimi metri di mercato per sbucare lungo il fiume. Una luce arancione, calda, sparge mille forme attorno ai nostri cauti passi lungo i gradini che cadono ripidi nel Gange. E’ la luce del fuoco che serpeggia nelle mani dei sapienti sacerdoti di Shiva. E’ il grande festival in onore del Dio più potente: colui che distrugge l’Universo. Ci sediamo su delle barche di rimpetto alla riva. Sotto di noi la Ganga si muove e si agita come un grigio animale. Ringhia alle trame degli ormeggi che tengono le barche ancorate fra loro. Davanti a noi i sacerdoti agitano i bacili dentro cui mescolano un fuoco rosso cupo. Accompagnano i gesti con una litania scandita dal sordo urtarsi di legni fra loro e disegnando antiche figure nel fuco: invocazioni. Shiva probabilmente è sotto di noi, gonfio e motoso. Si agita sempre più ad ogni richiamo. Si espande sulle rive, percorre le gradinate dei gath, entra nei templi, assedia la città. Siamo tutti ostaggi del dio.
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